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Quando nel 1998, nei pressi dell'abitato di Gonfienti, entro l'area destinata alle strutture interportuali, riemersero le prime tracce di un antichissimo insediamento umano niente faceva pensare alla svolta epocale che si stava tracciando nelle conoscenze della topografia antica della Piana tra Prato e Campi Bisenzio. Al contrario, nessuna evidenza storiografica per questo luogo dove il Bisenzio incontra i terreni alluvionali della Val di Marina, né l'Offerente di Pizzidimonte (460-480 a.C.), straordinario bronzo scoperto a Pizzidimonte nel lontano 1735, che oggi si conserva a Londra presso il British Museum, poteva da solo lasciare intravedere la presenza di un'emergenza insediativa di grandi dimensioni.
I primi risultati degli scavi diretti dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana nell'area già destinata alla Società Interporto della Toscana S.p.A. erano stati prudentemente sottratti al dominio pubblico, allontanando il tempo della divulgazione per la delicatezza della situazione venutasi a creare a causa di quella “imbarazzante” convivenza sospesa tra immateriali valori della storia e tangibili ragioni economiche legate alla nascente infrastruttura di scambio intermodale. Inaspettatamente, però, lo scavo archeologico ha agito come la trivella del pozzo che, trovato il giacimento, non smette più di restituire al suo esterno quanto pescato sul fondo.
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Ed oggi questa scoperta è ormai una realtà che lascia intravedere sviluppi stupefacenti per l'importanza del sito con la grande città Etrusca d'epoca arcaica che sta riemergendo dai terreni limacciosi, perfetti custodi di manufatti e reperti dell'antichità allo stesso modo di Pompei con la cenere del Vesuvio. Dopo gli scavi su Prato, nel corso dell'anno corrente, sarà la volta del Comune di Campi Bisenzio che, attraverso nuove indagini georadar dei terreni posti a sud dell'area archeologica attuale, potrà, come tutto lascia intendere, riservare la sorpresa della parte mancante della città.
L'insediamento di Gonfienti è certamente qualcosa di incommensurabilmente più grande dell'ordinato mosaico di ciottoli e embrici spezzati, antefisse e fuserole, che, disseminati qua e là, delineano lo spazio a terra di una realtà urbana di 2700 e più anni or sono.
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Si tratta, come in un puzzle tridimensionale, del ritrovamento dell'anello di congiunzione che era mancato per ricostruire, oltre le leggende, il nostro passato, e che ben testimonia l'incontro tra le prime popolazioni appenniniche dell'età villanoviana, già insediate alle pendici del poggio Ferrato e dei monti della Calvana orientale, con le evolute genti Etrusche, o più esattamente di quelle progenie che, coraggiosamente, si spinsero più a settentrione delle altre tribù nella “pianificata” colonizzazione dell'Etruria.
Da questo incontro, non fortuito, si è plasmato un territorio, si è dato vita al paesaggio umano facendo ricorso alle risorse naturali presenti nel territorio.
L'abile ed ingegnosa organizzazione territoriale incentrata nello sfruttamento magistrale del fiume, dei torrenti e dei fossi permetteva loro di spostare i frutti dell'escavazione nei punti di lavorazione e di stoccaggio. Possiamo immaginare, ad esempio, che all'occorrenza i corsi d'acqua servissero un sistema di invasi artificiali, realizzati come tanti “bottacci” di mulini, fino a spingere le acque con le zattere colme di materiali. In questo modo la Marinella, insieme alla Marina, fornivano l'acqua necessaria a rendere navigabile il Bisenzio dal territorio di Campi fino all'Arno.
Giuseppe A. Centauro
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