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C'era una volta, negli anni '60, un mondo e una società che non
sapevano capire i problemi dei ragazzi e delle ragazze, le loro idee, la
loro richiesta di spazi di libertà. E c'era una volta una musica fatta
di pochi strumenti, una voce, una chitarra, un'armonica a bocca, che
cantava il disagio dei giovani e la speranza in un mondo migliore…
C'era una volta ma in fondo c'è ancora. Se chiedi a un ragazzo di oggi
chi è Bob Dylan, ti risponderà; potrà citarti qualche canzone famosa,
o magari anche recitarti uno dei suoi testi, di quelli che hanno fatto
epoca.
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“Quante volte devono volare le palle di cannone/prima che siano
bandite per sempre?” Se lo chiedevano tante volte i ragazzi degli anni
'60;dove le contraddizioni e i conflitti della società esplosero in primo
luogo in america. Fu la beat generation, cantata prima da grandi scrittori come
Kerouac, Ginsberg, Corso, e poi da cantautori e musicisti come Woody
Guthrie, Bob Dylan, Joan Baez, che ne ripresero le ispirazioni e le inquietudini; e negli stessi anni, oltre Manica, gruppi come Beatles e Rolling Stones si facevano portavoci di istanze di pace e libero amore.
In Italia questo vento arrivò più tardi, quando fior di sociologi pensavano che i giovani di quella generazione, figli del miracolo economico, avrebbero pensato soltanto a trovare un buon lavoro, una bella moglie, e una macchina veloce; e invece le città cominciarono a essere popolate dai “capelloni” dall'abbigliamento anticonformista (jeans scoloriti, maglioni, per le ragazze anche le nuovissime minigonne), tanti dischi dei Nomadi e di
Guccini, tanta voglia di cambiare le cose, e tante speranze. La musica, le canzoni beat e folk, arrivano là dove i libri, gli scritti, le azioni di movimenti e organizzazioni spesso non riescono ad arrivare; quei messaggi nella bottiglia gettati a tempo di musica entrano in contatto con tante persone ogni giorno, alla radio, al juke-box, nei concerti, con gli amici e una chitarra…
ma molte di quelle speranze finiranno per essere deluse da una società che troppo spesso avrà un atteggiamento di supponenza, quando non di disprezzo e di rifiuto aperto, verso questi giovani ("se non pensiamo come voi ci disprezzate, come mai?", cantavano in quegli anni i
Rokes).
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Sono passati più di trent'anni, ma non è finita. Keith
Richards, lo storico chitarrista dei Rolling Stones, una volta ha detto che la musica rock è la cosa più sovversiva che esista; potete chiedere conferma a Manu Chao o ai 99
Posse, che magari non fanno rock in senso stretto ma, in fatto di contestazione, la sanno lunga. I grandi vecchi come
Dylan, i Nomadi, CSN&Y non solo non sono stati dimenticati dalle nuove generazioni, ma tanti ragazzi e tante ragazze vanno matti per certi dischi in vinile comprati dai loro genitori decenni addietro, leggono i testi e si immergono in quell'atmosfera. I concerti che Guccini tiene, sempre con successo, sono popolati anche da persone che ai tempi di Primavera di Praga e La Locomotiva non erano nate.
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Le parole di molte vecchie canzoni, per quanto ingenue e un po' logore, possono ancora essere adatte a certe situazioni di oggi;
un cantautore che odia “le carriere di concetto/l'autorità costituita/il miracolo economico/il frigorifero e l'automobile/l'essere per bene e gli intellettuali/l'impiegato con la cravatta” tutto sommato non è così fuori moda.
E questa è un'altra ragione per cui, a quasi 40 anni di distanza, mentre ormai si è persa la memoria di molti pamphlet della controcultura, nessuno ha mai dimenticato Masters of War o Here's to you; ed non è neanche improbabile che abbiano influito anche di più sul corso delle cose, se è vero che Vaclav Havel, primo presidente della Cecoslovacchia dopo la caduta del regime comunista, affermò che, ai tempi della primavera di Praga, il primo album dei Velvet Underground fu un'importante fonte di ispirazione per i giovani rivoluzionari.
E così anche oggi, ogni nuova battaglia che inizia ha i suoi appassionati menestrelli, pronti a cantare le ragioni di giovani sognatori contro l'arroganza e il cinismo dei potenti:
perché le palle di cannone non hanno mai smesso di volare,
e con loro “le fedi fatte di abitudini e paura/una
politica che è solo far carriera/il perbenismo interessato,
la dignità fatta di vuoto/l'ipocrisia di chi sta sempre con
la ragione e mai col torto”.
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Ma fortunatamente neanche le note “contro” hanno smesso di essere suonate, e di essere ancora presenti nelle nostre vite, per darci emozioni, sogni, e speranze per un futuro fatto di grandi spazi di libertà: quelli che anche ora, dopo l'11 settembre, sembrano in pericolo.
Leonardo Testai
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