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L'inceneritore di San Donnino : Il prezzo da pagare allo sviluppo. Trenta anni fa veniva inaugurato l'inceneritore di San Donnino
L'automobilista in transito lungo l'Autosole verso l'uscita Certosa, dopo essere passato davanti alla chiesa di Michelucci ed aver ammirato alcuni scorci della campagna fiorentina, non può non rimanere turbato di fronte al lugubre stabilimento in cemento armato che domina l'area tra Brozzi e l'Osmannoro: si tratta dell'inceneritore di San Donnino, testimonianza eloquente di un'epoca travagliata, gli anni Settanta, nei quali Firenze, trasfigurata da due decenni di crescita interrotta aveva ormai vestito i panni di una piccola metropoli.
Quella che veniva prima chiamata la “corona” della città, era diventata la “cintura” che stringeva Firenze in una morsa in cui prevalevano il grigio dei condomini e il nero dell'asfalto. Per i nuovi quartieri cresciuti all'ombra delle gru e per quelli che invece avevano fatto la storia della città, si poneva allora il problema di dotarsi delle infrastrutture e dei servizi necessari a garantire la convivenza di migliaia di persone che quotidianamente si ritrovavano a fare i conti con i doppi turni nelle scuole, le code interminabili agli sportelli della Saub, le difficoltà nella mobilità cittadina.
In questo contesto i primi anni Settanta per Firenze furono inevitabilmente anche quelli dell'emergenza rifiuti: non mancava giorno che le testate cittadine non registrassero lettere di protesta di cittadini per le condizioni di degrado di strade e piazze e comparissero articoli di denuncia di patologie direttamente collegabili alle precarie condizioni igieniche. L'aumento demografico e la rivoluzione nei consumi avevano fatto salire la media dei rifiuti prodotti a Firenze intorno alle 280-300 tonnellate al giorno che andavano ad ammassarsi nelle discariche disperse nella provincia. Già nel 1967 il comune di Firenze aveva deliberato la costruzione di un impianto di incenerimento: superata non senza difficoltà la fase della individuazione dell'area e della definizione del progetto, si passò al reperimento dei fondi e alle gare di appalto. La giunta del sindaco Bausi si mise subito al lavoro per rassicurare la
popolazione di San Donnino, fin da subito intimorita dal mastodonte che si sarebbe messo a sbuffare a due passi da casa. Il progetto secondo quanto riportato dai tecnici, dai politici e dai maggiori organi di informazione era a prova di bomba: dalle ciminiere alte sessanta metri sarebbero usciti innocui vapori d'acqua, depurati dalle polveri e dalle sostanze inquinanti tramite nebulizzatori ed elettrofiltri. Erano comunque le alte temperature dei forni azionati a nafta e capaci di incenerire 150 tonnellate di rifiuti al giorno a garantire dall'emissione di sostanze tossiche. Inoltre il sistema di depurazione delle acque, impiegate prevalentemente per il raffreddamento delle ceneri, non avrebbe permesso l'inquinamento delle fogne pubbliche. Non ci sarebbero stati neanche depositi maleodoranti all'aperto perché i camion avrebbero scaricato direttamente le immondizie in una fossa silo chiusa, per essere poi prelevate da una benna e gettate nei forni. Altro punto a favore dell'inceneritore era la riduzione dei costi di smaltimento che avrebbe permesso di dimezzare la spesa del comune.
Subito dopo, l'inaugurazione avvenuta il 18 marzo 1973, l'inceneritore ancora in una fase di rodaggio, cominciò a sputare cenere: era il triste presagio di quello che sarebbe accaduto di lì a pochi anni quando ci si incomincerà a domandare, sull'onda emotiva di quanto accaduto a Seveso, se anche a San Donnino la diossina avesse ammorbato l'aria e il suolo. Fin dal 1976 i cittadini della piccola frazione di Campi Bisenzio, con in testa i soci della Fratellanza Popolare, avevano cominciato a chiedere verifiche all'Asnu sulla presenza di sostanze tossiche nell'area e nel novembre del 1977, avevano fatto affiggere un manifesto, nel quale oltre a denunciare i ritardi e le parzialità nel controllo sui fumi, si metteva in evidenza come le recenti analisi scientifiche sugli inceneritori dimostrassero come questi impianti producessero pericolose sostanze inquinanti. Nei mesi successivi i dirigenti dell'ASNU e l'amministrazione comunale fiorentina cercarono di tranquillizzare la popolazione: il vicepresidente dell'Asnu Leoni volle ribadire che la sicurezza dalle emissioni pericolose era garantita dagli 800 gradi con i quali i rifiuti venivano bruciati.
In un comunicato congiunto dei comuni di Campi Bisenzio e Firenze, che porta la data del 10 dicembre 1977, si sottolineava che la presenza di polveri nell'abitato di San Donnino è “nettamente inferiore ai valori fissati dalla legge antismog (…)” e si riteneva “di scartare con sicurezza che ai fumi dell'inceneritore si possano attribuire aumenti di tossicità nell'atmosfera tali da provocare fenomeni mutogeni e cancerogeni”. Il dibattito sull'inceneritore continuò ancora per molti anni, tra le accuse della popolazioni, l'apertura di fascicoli giudiziari per inquinamento atmosferico, i pareri di esperti e i rimpalli di responsabilità. Intanto San Donnino doveva fare i conti con un'altra presenza “sgradita”, il digestore dei liquami che il comune di Firenze aveva deciso di costruire vicino all'impianto per limitare i costi i costi di smaltimento dei fanghi secchi. La constatazione di essere finiti dalla “spazzatura nella merda”, come denunciò un colorito manifesto del comitato per l'igiene ambientale di San Donnino, finì per scuotere l'amministrazione comunale di Campi Bisenzio che cominciò a muoversi nella direzione del recupero e del risanamento dell'area. Bisognò però aspettare 1986 perché l'inceneritore venisse chiuso. L'amministrazione fiorentina puntava a ristrutturare l'impianto, con la creazione di un camera di post- combustione. Il 14 marzo del 1986 l'assessore socialista all'igiene urbana Chiarelli rilasciava a “La Nazione” una dichiarazione nella quale si diceva
favorevole alla dismissione, ma solo dopo che si fossero avviati i sistemi di compostaggio e di riciclaggio. Per il giorno successivo era prevista una manifestazione che avrebbe bloccato il traffico in via Pistoiese.
Le combattività dei comitati sorti a S. Donnino, le Piagge, Brozzi, S. Giorgio a Colonica, Sesto Fiorentino e Calenzano, premiò gli ecologisti e condannò qualsiasi soluzione di ristrutturazione dell'inceneritore;
L'ordinanza di chiusura dell'impianto giunse nel settembre del 1986, mentre sui giornali infuriava il dibattito sulla nuova destinazione e sulle scorie dell'inceneritore.
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Rimanevano infatti aperti due problemi: la creazione di una nuova discarica nella Piana Fiorentina (vennero poi scelte Case Passerini all'Osmannoro) e l'interramento dei rosticci avvenuto nelle ex cave di rena della zona e vicine alle falde acquifere. Si apriva una nuova fase nella gestione dei rifiuti, informata ad una nuova coscienza ecologica maturata proprio di fronte alle difficili prove degli anni Settanta, che dava al riciclaggio un ruolo centrale. Oggi l'inceneritore è un deposito del Consorzio Quadrifoglio: sono stati avanzati vari progetti di recupero, tra i quali quello della creazione di un centro di documentazione per l'industria, che presupporrebbe però a detta dei tecnici, una trasformazione radicale dell'impianto con l'abbattimento delle ciminiere e di alcuni muri esterni.
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