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venerdì 30 luglio 2010 ore 19.46

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QUANDO LA GIOCONDA "RIAPPARVE" A FIRENZE

 Quando la Gioconda riapparve a Firenze


La Gioconda



Esattamente novant'anni fa, il 13 dicembre 1913, ebbe il suo tragicomico epilogo a Firenze quello che già all'epoca era stato ribattezzato il “furto del secolo”: in una stanza dell'albergo “Tripoli e Italia” proprio nel punto in cui via Panzani diventa via Cerretani ricomparve infatti “La Gioconda”, trafugata due anni prima dal Louvre. Ad ammantare il fatto di un alone di tragicommedia fu soprattutto la figura dell'inafferrabile ladro che aveva messo in scacco la Suretè del Louvre tenendo campo sulle cronache di mezzo mondo. L'antiquario fiorentino Alfredo Geri che aveva ricevuto la fantomatica lettera firmata Vincent Leonard in cui veniva fissato l'appuntamento al “Tripoli e Italia” per la restituzione all'Italia del famoso dipinto, tutto si sarebbe aspettato meno di trovarsi davanti un giovanotto baffuto dall'accento lombardo e i modi contadineschi. Invece l'imprendibile ladro della Gioconda era proprio Vincenzo Peruggia, un decoratore di Dumenza, amena località sul Lago Maggiore, emigrato a Parigi che lavorava saltuariamente al Louvre come imbianchino: è davvero difficile immaginare la faccia che fece Alfredo Geri quando il Peruggia tirò fuori da due ritagli di velluto l'incomparabile dama dal sorriso enigmatico. Naturalmente Peruggia finì subito in questura e qui una volta di più si sfiorò il grottesco quando il giovanotto confessò di aver rubato la Gioconda per restituirla all'Italia dopo che Napoleone l'aveva a suo dire trafugata un secolo prima ed ebbe anche la faccia tosta di dichiararsi disponibile a ricevere un eventuale compenso dallo Stato Italiano per la sua meritoria e patriottica impresa. Il Peruggia evidentemente ignorava che era stato lo stesso Leonardo a cedere il celebre ritratto di Monna Lisa a Francesco I nel 1517 per la considerevole somma di quattromila scudi d'oro. La vicenda ovviamente fece scalpore e non mancò chi cercò di alimentare la polemica chiedendo che la Gioconda rimanesse davvero in Italia: ovviamente il capolavoro leonardiano riprese subito la strada per Parigi e il 4 gennaio del 1914 il dipinto tornò a regnare al Louvre. Intanto il buon Vincenzo Peruggia finì sotto processo ma il tribunale di Firenze ritenne di non infierire e lo giudicò con una certa clemenza condannandolo ad un anno e quindici giorni di reclusione. Fu così che l'autore del “furto del secolo” finì alle Murate dove scontò per intero la sua pena ripensando chissà quante volte a quell'afosa mattina del 21 agosto 1911 in cui si era allontanato dal Louvre con la Gioconda nascosta sotto la giacca. Vincenzo Peruggia però non era certo lo sprovveduto imbianchino cui può far pensare l'epilogo della vicenda: il colpo lo aveva infatti preparato nei dettagli pensando a tutto. La sera prima del furto organizzò una bella serata con gli amici italiani al Caffè Rubichat dove fece da mattatore cantando, ballando e suonando il mandolino, stando attento a prendersi anche una bella multa per schiamazzi notturni. Nessuno avrebbe immaginato che quella era solo la prima parte del suo piano: Peruggia infatti non era affatto ubriaco e quell'ostentata ebbrezza era il primo tassello dell'alibi di ferro che stava preparandosi per il mattino successivo. Quella mattina infatti Vincenzo Peruggia uscì di casa poco dopo le 7 senza farsi vedere dall'occhiutissima portinaia, entrò al Louvre evitando il custode perennemente sonnecchiante e si diresse senza indugi verso il sacrario mondiale dell'arte, il Salon Carrè che custodiva la Gioconda.



 Un attimo e il quadro era staccato. Un attimo ancora e in uno stanzino Peruggia staccò il capolavoro dalla sua cornice e lo infilò sotto il giubbotto. Ancora qualche istante ed ecco l'anonimo imbianchino italiano che esce dal Louvre e rientra nella sua vicinissima abitazione dove nasconde il prezioso dipinto nell'unico punto dove il cugino Luigi Badone che condivide con lui l'angusta soffitta non può vederlo: sotto il tavolo dove i due mangiano ogni giorno. Poi alle 9 Peruggia scende precipitosamente le scale stando ben attento a farsi notare dalla portinaia cui dice di essere in ritardo al lavoro a causa della notte brava che aveva appena trascorso. Infine eccolo presentarsi al lavoro e stupirsi della gran confusione che regna intorno al museo. Com'è facilmente immaginabile infatti al Louvre era scoppiato il putiferio, le visite erano state bloccate ed tutte le autorità avvertite; anche qui non mancano i risvolti comici, basti pensare al sottosegretario alle Belle Arti Dujardin Beaumetz che partendo per le vacanze il giorno prima aveva detto ai suoi collaboratori “Non chiamatemi a meno che il Louvre non prenda fuoco o la Gioconda venga rubata”. Così quando il sottosegretario ricevette il telegramma lo piegò ridendo e pensando ad una burla dei suoi uomini. Il giorno dopo tutte le prime pagine dei giornali erano dedicate al clamoroso furto: “La Joconde a disparu” gridava all'attonita nazione “Le Figaro”. Perfino la crisi di Agadir che vedeva Francia e Germania ai ferri corti finì per un giorno in seconda pagina. Le indagini partirono in maniera convulsa e disorganica, con le voci più fantasiose che si accavallavano ogni giorno e che andavano dal complotto internazionale (con i tedeschi naturalmente sul banco degli imputati) al maniaco. Nei guai finirono anche personaggi di primissimo piano come lo scrittore Guillame Apollinaire e addirittura Pablo Picasso che furono al centro di una paradossale vicenda che la dice lunga su come le autorità brancolassero nel buio. La polizia infatti venne a sapere che i due artisti erano entrati in possesso di alcuni pezzi trafugati dal Louvre e tanto bastò per mettere agli arresti Apollinaire e costringere i due ad un umiliante confronto durante il quale Picasso disconobbe l'antica amicizia con lo scrittore. In realtà proprio in quei giorni il Prefetto di Parigi si era seduto al tavolo che nascondeva la Gioconda in casa del Peruggia: come tutte le abitazioni di coloro che lavoravano al Louvre infatti anche la soffitta dell'imbianchino italiano venne perquisita e, colmo della beffa, il verbale della perquisizione venne firmato proprio sopra al capolavoro di Leonardo. Vincenzo Peruggia da Dumenza aveva messo in scacco l'intera polizia di Francia. Le vicende che seguirono nei due anni in cui la Gioconda rimase nelle mani del Peruggia non sono mai state chiarite fino in fondo: ipotesi recenti parlano anche di un viaggio che il dipinto avrebbe fatto a Londra presso l'antiquario inglese Albert Duwen. Per non parlare poi delle infinite leggende che vogliono che a Firenze, nelle mani di Alfredo Geri, sia stata riconsegnata una copia del dipinto mentre l'originale sarebbe finito in chissà quale collezione privata. Anche riguardo alla figura di Vincenzo Peruggia se ne sono dette e scritte di tutti i colori. Oggi a difenderne la memoria è rimasta la figlia Celestina che traccia un ritratto idealizzato dei motivi che spinsero suo padre al clamoroso gesto: “Per prima cosa ha dichiarato in una recente intervista mio padre credeva che il quadro fosse bottino di Napoleone; seconda cosa voleva beffarsi dei francesi che ridevano del suo mandolino e lo chiamavano sprezzantemente 'mangia maccheroni'…”. A noi piace credere che sia andata davvero così. Intanto a Firenze si sono perse le tracce dell'epilogo di questo romanzo giallo e in pochi penseranno a ricordare il novantesimo anniversario della “riapparizione” della Gioconda: anche l'albergo “Tripoli Italia” che dopo il clamoroso episodio venne subito ribattezzato Hotel “Gioconda” ha nuovamente cambiato nome, quasi a cancellare la memoria del più clamoroso e per certi versi paradossale furto d'arte della storia.




Fabrizio Nucci

Vincenzo Peruggia - La Gioconda La Gioconda La Gioconda




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