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Esattamente novant'anni fa, il 13 dicembre 1913, ebbe il suo
tragicomico epilogo a Firenze quello che già all'epoca era
stato ribattezzato il “furto del secolo”: in una stanza
dell'albergo “Tripoli e Italia” proprio nel punto in cui via
Panzani diventa via Cerretani ricomparve infatti “La
Gioconda”, trafugata due anni prima dal Louvre. Ad ammantare
il fatto di un alone di tragicommedia fu soprattutto la
figura dell'inafferrabile ladro che aveva messo in scacco la
Suretè del Louvre tenendo campo sulle cronache di mezzo
mondo. L'antiquario fiorentino Alfredo Geri che aveva
ricevuto la fantomatica lettera firmata Vincent Leonard in
cui veniva fissato l'appuntamento al “Tripoli e Italia” per
la restituzione all'Italia del famoso dipinto, tutto si
sarebbe aspettato meno di trovarsi davanti un giovanotto
baffuto dall'accento lombardo e i modi contadineschi. Invece
l'imprendibile ladro della Gioconda era proprio Vincenzo
Peruggia, un decoratore di Dumenza, amena località sul Lago
Maggiore, emigrato a Parigi che lavorava saltuariamente al
Louvre come imbianchino: è davvero difficile immaginare la
faccia che fece Alfredo Geri quando il Peruggia tirò fuori
da due ritagli di velluto l'incomparabile dama dal sorriso
enigmatico. Naturalmente Peruggia finì subito in questura e
qui una volta di più si sfiorò il grottesco quando il
giovanotto confessò di aver rubato la Gioconda per
restituirla all'Italia dopo che Napoleone l'aveva a suo dire
trafugata un secolo prima ed ebbe anche la faccia tosta di
dichiararsi disponibile a ricevere un eventuale compenso
dallo Stato Italiano per la sua meritoria e patriottica
impresa. Il Peruggia evidentemente ignorava che era stato lo
stesso Leonardo a cedere il celebre ritratto di Monna Lisa a
Francesco I nel 1517 per la considerevole somma di
quattromila scudi d'oro. La vicenda ovviamente fece scalpore
e non mancò chi cercò di alimentare la polemica chiedendo
che la Gioconda rimanesse davvero in Italia: ovviamente il
capolavoro leonardiano riprese subito la strada per Parigi e
il 4 gennaio del 1914 il dipinto tornò a regnare al Louvre.
Intanto il buon Vincenzo Peruggia finì sotto processo ma il
tribunale di Firenze ritenne di non infierire e lo giudicò
con una certa clemenza condannandolo ad un anno e quindici
giorni di reclusione. Fu così che l'autore del “furto del
secolo” finì alle Murate dove scontò per intero la sua pena
ripensando chissà quante volte a quell'afosa mattina del 21
agosto 1911 in cui si era allontanato dal Louvre con la
Gioconda nascosta sotto la giacca. Vincenzo Peruggia però
non era certo lo sprovveduto imbianchino cui può far pensare
l'epilogo della vicenda: il colpo lo aveva infatti preparato
nei dettagli pensando a tutto. La sera prima del furto
organizzò una bella serata con gli amici italiani al Caffè
Rubichat dove fece da mattatore cantando, ballando e
suonando il mandolino, stando attento a prendersi anche una
bella multa per schiamazzi notturni. Nessuno avrebbe
immaginato che quella era solo la prima parte del suo piano:
Peruggia infatti non era affatto ubriaco e quell'ostentata
ebbrezza era il primo tassello dell'alibi di ferro che stava
preparandosi per il mattino successivo. Quella mattina
infatti Vincenzo Peruggia uscì di casa poco dopo le 7 senza
farsi vedere dall'occhiutissima portinaia, entrò al Louvre
evitando il custode perennemente sonnecchiante e si diresse
senza indugi verso il sacrario mondiale dell'arte, il Salon
Carrè che custodiva la Gioconda.
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Un attimo e il quadro era staccato. Un attimo ancora e in uno stanzino
Peruggia staccò il capolavoro dalla sua cornice e lo infilò
sotto il giubbotto. Ancora qualche istante ed ecco l'anonimo
imbianchino italiano che esce dal Louvre e rientra nella sua
vicinissima abitazione dove nasconde il prezioso dipinto
nell'unico punto dove il cugino Luigi Badone che condivide
con lui l'angusta soffitta non può vederlo: sotto il tavolo
dove i due mangiano ogni giorno. Poi alle 9 Peruggia scende
precipitosamente le scale stando ben attento a farsi notare
dalla portinaia cui dice di essere in ritardo al lavoro a
causa della notte brava che aveva appena trascorso. Infine
eccolo presentarsi al lavoro e stupirsi della gran
confusione che regna intorno al museo. Com'è facilmente
immaginabile infatti al Louvre era scoppiato il putiferio,
le visite erano state bloccate ed tutte le autorità
avvertite; anche qui non mancano i risvolti comici, basti
pensare al sottosegretario alle Belle Arti Dujardin Beaumetz
che partendo per le vacanze il giorno prima aveva detto ai
suoi collaboratori “Non chiamatemi a meno che il Louvre non
prenda fuoco o la Gioconda venga rubata”. Così quando il
sottosegretario ricevette il telegramma lo piegò ridendo e
pensando ad una burla dei suoi uomini. Il giorno dopo tutte
le prime pagine dei giornali erano dedicate al clamoroso
furto: “La Joconde a disparu” gridava all'attonita nazione
“Le Figaro”. Perfino la crisi di Agadir che vedeva Francia e
Germania ai ferri corti finì per un giorno in seconda
pagina. Le indagini partirono in maniera convulsa e
disorganica, con le voci più fantasiose che si accavallavano
ogni giorno e che andavano dal complotto internazionale (con
i tedeschi naturalmente sul banco degli imputati) al
maniaco. Nei guai finirono anche personaggi di primissimo
piano come lo scrittore Guillame Apollinaire e addirittura
Pablo Picasso che furono al centro di una paradossale
vicenda che la dice lunga su come le autorità brancolassero
nel buio. La polizia infatti venne a sapere che i due
artisti erano entrati in possesso di alcuni pezzi trafugati
dal Louvre e tanto bastò per mettere agli arresti
Apollinaire e costringere i due ad un umiliante confronto
durante il quale Picasso disconobbe l'antica amicizia con lo
scrittore. In realtà proprio in quei giorni il Prefetto di
Parigi si era seduto al tavolo che nascondeva la Gioconda in
casa del Peruggia: come tutte le abitazioni di coloro che
lavoravano al Louvre infatti anche la soffitta
dell'imbianchino italiano venne perquisita e, colmo della
beffa, il verbale della perquisizione venne firmato proprio
sopra al capolavoro di Leonardo. Vincenzo Peruggia da
Dumenza aveva messo in scacco l'intera polizia di Francia.
Le vicende che seguirono nei due anni in cui la Gioconda
rimase nelle mani del Peruggia non sono mai state chiarite
fino in fondo: ipotesi recenti parlano anche di un viaggio
che il dipinto avrebbe fatto a Londra presso l'antiquario
inglese Albert Duwen. Per non parlare poi delle infinite
leggende che vogliono che a Firenze, nelle mani di Alfredo
Geri, sia stata riconsegnata una copia del dipinto mentre
l'originale sarebbe finito in chissà quale collezione
privata. Anche riguardo alla figura di Vincenzo Peruggia se
ne sono dette e scritte di tutti i colori. Oggi a difenderne
la memoria è rimasta la figlia Celestina che traccia un
ritratto idealizzato dei motivi che spinsero suo padre al
clamoroso gesto: “Per prima cosa ha dichiarato in una
recente intervista mio padre credeva che il quadro fosse
bottino di Napoleone; seconda cosa voleva beffarsi dei
francesi che ridevano del suo mandolino e lo chiamavano
sprezzantemente 'mangia maccheroni'…”. A noi piace credere
che sia andata davvero così. Intanto a Firenze si sono perse
le tracce dell'epilogo di questo romanzo giallo e in pochi
penseranno a ricordare il novantesimo anniversario della
“riapparizione” della Gioconda: anche l'albergo “Tripoli
Italia” che dopo il clamoroso episodio venne subito
ribattezzato Hotel “Gioconda” ha nuovamente cambiato nome,
quasi a cancellare la memoria del più clamoroso e per certi
versi paradossale furto d'arte della storia.
Fabrizio Nucci
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